Tassa d’ingresso contro l’overtourism: misura efficace o semplice deterrente?

Da Venezia all’Islanda, alla Grecia, diversi paesi e città si interrogano su come arginare l’overtourism. Un fenomeno che, dopo la pausa forzata della pandemia, è tornato con forza a trasformare città d’arte, borghi storici e paradisi naturali in veri e propri parchi a tema. Una delle misure sempre più adottate è la tassa d’ingresso per i turisti. Ma può davvero bastare per risolvere un problema complesso e multilivello?

L’overtourism — letteralmente “sovraffollamento turistico” — non è un concetto nuovo. Negli ultimi decenni, il turismo globale è cresciuto esponenzialmente, alimentato da voli low cost, da piattaforme per affittare case e dalla ricerca costante dell’“esperienza perfetta” da condividere sui social.

Ma il prezzo da pagare è alto: saturazione degli spazi pubblici, aumento del costo della vita per i residenti, degrado ambientale e culturale. Intere città si stanno trasformando in scenografie a beneficio dei turisti, perdendo la propria identità e vivibilità.

Venezia è diventata la prima città al mondo a introdurre una tassa d’ingresso per i visitatori giornalieri, pari a 10 euro 5 euro con prenotazione anticipata). L’obiettivo dichiarato dal Comune è chiaro: scoraggiare il turismo mordi e fuggi, particolarmente invasivo e poco redditizio per la città. La misura si applica solo in certi giorni dell’anno, per ora in forma sperimentale.

Nonostante le polemiche, le autorità locali la difendono ritenendola uno strumento utile per monitorare i flussi e raccogliere fondi destinati alla manutenzione urbana. Tuttavia, gli effetti reali sulla riduzione dei visitatori sono ancora tutti da verificare.

Anche l’Islanda, alle prese con un ecosistema naturale delicatissimo, ha introdotto una tassa ambientale per i visitatori, che varia in base alla tipologia di soggiorno. L’intento è quello di proteggere territori fragili — geyser, ghiacciai, vulcani — dal deterioramento causato da un afflusso crescente di turisti.

La Grecia ha introdotto la tassa per i crocieristi, una misura destinata a regolare i flussi turistici, tutelare le infrastrutture locali e promuovere un modello di turismo più responsabile e sostenibile.

Sebbene la tassa d’ingresso possa funzionare come strumento di regolazione e dissuasione, non è una soluzione miracolosa. Gli esperti di turismo sostenibile concordano su un punto: da sola non basta.

Infatti:

  • non impedisce fisicamente l’accesso in massa;
  • rischia di colpire soprattutto i turisti con budget limitati, lasciando spazio a un turismo d’élite;
  • può essere percepita come una semplice tassa di scopo, più utile alle casse comunali che all’ambiente.

La vera sfida è ripensare il modello turistico:

  • Destagionalizzare i flussi, incentivando i viaggi in bassa stagione;
  • Promuovere mete alternative, per alleggerire la pressione sulle destinazioni iconiche;
  • Regolare gli affitti brevi, che svuotano i centri storici e spingono i residenti alla periferia;
  • Educare i turisti, rendendoli consapevoli del loro impatto.

Il turismo è una risorsa preziosa, economica e culturale. Ma per rimanere tale deve essere gestito in modo equo e sostenibile. Le tasse d’ingresso sono un segnale — politico e pratico — che qualcosa deve cambiare. Tuttavia, per fermare l’overtourism non servono solo barriere economiche, ma una visione di lungo periodo capace di bilanciare accoglienza e conservazione, economia e qualità della vita.